Con il titolo Rebel Without a Cause, in un film del 1955 il regista americano Nicholas Ray diede la descrizione di una certa gioventù insofferente e indecisa, disperatamente alla ricerca di ideali con cui riempire il proprio vuoto esistenziale. La pellicola in Italia si chiamò Gioventù bruciata, e ne era protagonista James Dean, il quale recitando sé stesso portava sullo schermo le inquietudini tipiche della sua generazione. Una età a cui il rock'n'roll avrebbe fatto da colonna sonora, a cominciare dalla canzone di Bill Haley intitolata Rock Around the Clock, diffusa dal film Il seme della violenza di Richard Brooks uscito nello stesso anno. Fin dal suo debutto, Dean si era imposto come la più significativa incarnazione di un abulico comportamento giovanile, nei riguardi della società, di cui la televisione italiana ha cercato di darci un'immagine nei suoi programmi, trasmettendo qualche campionatura presa in prestito dalle cinematografie americana e francese. In una panoramica che avrebbe potuto spaziare, in campo lungo, da Marlon Brando a Jean-Paul Belmondo, e da Marilyn Monroe a Brigitte Bardot.
Autentico ragazzo bruciato verde, James Dean se ne era andato presto in paradiso, molto prima di Marilyn, a soli ventiquattro anni, superando in un incidente automobilistico la barriera della vita terrena. Era vissuto goffo e scontroso, e in soli tre film pareva aver dato il meglio del suo talento di attore: ossia un rovello d'inquietudine interiore in La valle dell'Eden, che Elia Kazan trasse dal romanzo di Steinbeck; una mimica a fior di pelle in Gioventù bruciata, pellicola che lo miticizzava; e alquanto gigionismo nel Gigante di George Stevens, impacciato nella sua ultima interpretazione con Elizabeth Taylor e Rock Hudson, quale terzo incomodo. Ma sembrava straordinariamente sincero, e un film di controcultura come Easy Rider probabilmente non sarebbe stato girato, nel 1969, senza il suo lontano esempio. Dennis Hopper, consapevole o no, regista e attore in Easy Rider deve averne tenuto conto, dal momento che prima di farsi notare sullo schermo in alcuni western con John Wayne, benevolo nei suoi confronti di disadattato, in una piccola parte c'era anche lui, giovanissimo, in Gioventù bruciata e poi nel Gigante.
Eppure, benché così originale, James Dean pareva aggirarsi sul terreno più favorevole a un Marlon Brando, caposcuola riconosciuto di tutti i cosiddetti "ribelli" dello schermo. In effetti, se la migliore interpretazione di Brando rimane quella in Fronte del porto di Kazan, bisogna dire che i panni che più gli si adattavano erano quelli de Il selvaggio, diretto da László Benedek del 1953, vestito della giubba di cuoio di un capobanda motociclista, immusonito e non molto sveglio. Il metodo introspettivo della recitazione di Brando, appreso all'Actor's Studio come tanti altri, fu senz'altro efficace finché l'attore si trovò sotto la guida di Kazan; ma senza il maestro gli era rimasto solo il mestiere, non sempre sostenuto con sufficiente abilità, da risultare talvolta perfino indisponente. Al punto da raggiungere il grottesco nel film I due volti della vendetta, una specie di farneticazione western che diresse e interpretò nel 1960. In quel suo sfogo narcisistico, Brando si rifaceva a suo dire alla filosofia zen, la meditazione buddhista di cui amava dissertare sbalordendo intervistatori incompetenti. Non può stupire, perciò, che poi lo si ritrovasse approssimativamente sulle posizioni dei cosiddetti "figli dei fiori", questi lotofagi smemorati.
Nell'ambiente di Hollywood, a parte Liz Taylor e la stella cadente Kim Novak, la maggiore diva era Marilyn Monroe quando la piccante immagine di Brigitte Bardot attraversò l'Atlantico, alla conquista del pubblico degli Stati Uniti. Si dice che la Francia facesse migliori guadagni con B.B. che con la Renault industria automobilistica. È certo comunque che la libertà di costumi rappresentata dalla Bardot, con il suo pigmalione Roger Vadim, apriva nuove frontiere agli uomini che preferivano le bionde, stando al film di Howard Hawks; e che fino allora si erano beati di Marilyn ancheggiante in Niagara di Henry Hathaway, della esuberanza del suo temperamento in Quando la moglie è in vacanza di Billy Wilder, e del suo finto miagolare in Fermata d'autobus di Joshua Logan. In quanto a B.B., non che fosse una ribelle da Actor's Studio, destinata alle crisi depressive: tutt'altro. Più sanamente trascurava le convenzioni che non conosceva, e con suprema disinvoltura faceva i fatti suoi, interpretati benissimo in pubblico e in privato.
Scrisse Simone de Beauvoir femminista: "B.B. non cerca di scandalizzare. Lei non ha esigenze e non è più conscia dei suoi diritti che dei suoi doveri, segue le sue inclinazioni: manga quando ha fame, e fa l'amore con la stessa incerimoniosa semplicità". Ma ancora oggi, con il titolo italiano del film che la lanciò nel 1956, possiamo sempre dire che "piace a troppi". Marilyn invece appariva più arguta, se non più acuta, solo perché a un intervistatore che le chiedeva che cosa si mettesse andando a letto, rispose che lei si metteva Chanel n. 5, un profumo. Era tutto quello che indossava, quando fu trovata suicida tra le lenzuola. Ma quella non fu una cosa spiritosa, anche se non induce alla pietà che il suo ex marito, Arthur Miller, ne approfittasse per ricavarne un dramma teatrale. Era un po' fuori fase, Marilyn, come del resto suggerisce il titolo del suo ultimo film con Clark Gable cowboy al tramonto, Gli spostati del 1961, girato da John Huston su sceneggiatura dello stesso Miller. Un film in cui recitava anche Montgomery Clift, un altro destinato ad andarsene prematuramente. Benché il vulnerabile Clift agli esordi, nel 1948, avesse saputo vincere la sua debolezza in Red River diretto da Hawks, tenendo testa a John Wayne in quell'epica cavalcata di forti caratteri.
Con il simbolo B.B. da esportazione, Jean-Paul Belmondo ha rappresentato una svolta importante nel divismo del cinema francese. Come Bardot frullava nel mambo e nel cha-cha-cha, Belmondo ruzzolava sull'asfalto, colpito da una pallottola mortale. Cambiavano lo scenario e la mimica, ma le contorsioni erano le stesse. In entrambi i casi era una ginnastica che non risolveva niente, lasciando le cose come stavano: non un aggredire o un rifiutare la realtà, ma una semplice imitazione e illustrazione, seppure drammatizzata. Si vuole far credere in Francia che Belmondo sia l'erede di Jean Gabin, ma è un abbaglio sciovinistico, e Godard dovrebbe saperlo. Jean-Luc Godard, il più tipico regista della nouvelle vague, l'idolo dei mistici della tecnica cinematografica, il quale dirigendo Belmondo in Fino all'ultimo respiro, nel 1959, esasperava i moduli classici del film noir americano. Con ciò citando esplicitamente il prototipo Humphrey Bogart, quasi uno stereotipo, così come avrebbe imitato il teatro espressionistico facendo uso delle didascalie.
Il simbolo nazionale Gabin, dando corpo ai personaggi di Renoir e di Carné, e a quelli più popolari di Duvivier, teneva i piedi ben piantati in Francia, quantunque sul terreno battuto di un naturalismo di foglie morte e di defunte stagioni letterarie. Con Godard e Belmondo, invece, i francesi ancora una volta giocavano agli apaches, peraltro sulle tracce della loro migliore tradizione, da Tocqueville a Baudelaire, andando alla riscoperta dell'America politica e culturale. Non a caso gli scenaristi americani di Gangster Story, per la regia avevano pensato a un altro esponente della nuova ondata francese, François Truffaut, prima di affidare nel 1967 il loro soggetto alla cinepresa di Arthur Penn. Il quale, già nel 1958 aveva portato sullo schermo un Billy the Kid bandito nevrotico. Un desperado del West interpretato da Paul Newman, anch'egli uscito dall'Actor's Studio, guarda caso, con tutti i tic della scuola e della moda ribelle.
Nel film Colpevole innocente, diretto nel 1957 dal giovane John Frankenheimer, si raccontava la storia di un adolescente incompreso e recalcitrante. L'interprete James McArthur aveva i capelli tagliati a spazzola, indice allora d'indipendenza e di libertà. La moda dei capelli corti, alla Brando e satelliti, era stata lanciata per liberarsi dal conformismo dell'uso del pettine, ma poi con l'infoltirsi delle chiome sarebbero aumentati anche i motivi della protesta capellona. Tanto da toccare tutte le corde di quel fenomeno di reazione, e di rifiuto della società democratica costituita, che in America risale ai tempi del vagabondo dei boschi Henry David Thoreau, perlomeno. La storia si era quindi ripetuta con un satanasso come Henry Miller, e con gli altri beatniks della letteratura venuti di seguito, fino a Jack Kerouac vagabondo in autostop.
Con il quale autostoppista tutto l'apparato dell'underground era finito sotto i riflettori, in modo che lo spettacolo potesse continuare, of course. Soprattutto con le canzoni rock e country di Elvis Presley, e non soltanto on the road, naturalmente. Come si continuava a vedere e a sentire nel corso degli anni in cui, dopo i giovani arrabbiati del teatro e del free cinema inglese, gli angry young men, ancora ce la cantavano e ce la suonavano i Beatles in concerto.
(1971-2013) Stefano Ebert